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Introversione

Se non credi in te stesso, chi ci crederà? (Kobe Bryant)

Introversione

Di solito i bambini timidi o silenziosi non vengono in terapia. In genere piacciono agli adulti perché danno pochi problemi. Il problema si palesa quando il bambino comincia a esagerare il suo comportamento timido. Parla il meno possibile o addirittura mai. Talvolta non emette suoni al di là di un sussurro. Si mantiene in disparte, per paura di unirsi agli altri o di provare cose nuove. Spesso si tratta di un solitario, non ha amici o ne ha pochissimi. Nonostante i tentativi di eliminare gli stereotipi sulla ripartizione dei ruoli in base al sesso, molte volte nella bambina viene accettata la timidezza, la riservatezza, il silenzio, la chiusura. I maschi vengono più stimolati ad assecondare la loro natura aggressiva. È carino quando le bambine sono timide e tranquille. Pochi genitori vogliono vedere il proprio figlio maschio timido e tranquillo. Le bambine invece hanno l’approvazione dei genitori: passa molto tempo prima che questo comportamento sia considerato come qualcosa di allarmante.

I bambini introversi tengono tutto dentro. A un certo punto del loro cammino hanno imparato a tenere la bocca chiusa. Presto “ammutoliscono”, tenendo nascosti nel loro guscio i sentimenti e le esperienze. Il bambino “chiuso” spesso si trova in uno sfato di isolamento perché incapace di partecipare a uno scambio interpersonale libero e tranquillo. Ha difficoltà ad esprimere tanto i sentimenti di affetto quanto quelli di rabbia. È sua caratteristica restare al sicuro, evitando i rischi dell’essere rifiutato o ferito. La spontaneità non gli è familiare, lo atterrisce, benché possa ammirarla negli altri e desiderare di essere più sciolto, aperto, disinvolto. A volte gli altri lo considerano mite, pauroso, timido, inibito. A volte viene visto come uno snob, uno che vuole stare solo, che si tiene in disparte. A causa della sua mancanza di comunicativa, può apparire spento, forse stupido, tardo, anche se può avere buoni voti. E può perfino essere classificato come schizoide.

Più grande è la persona, più è difficile smantellare un muro di protezione costruito negli anni. Ma l’adulto può, con uno sforzo cosciente, contrattaccare con la volontà, la determinazione di cambiare. Il bambino, invece, è immerso nel suo bisogno di proteggere se stesso e spesso è totalmente inconsapevole del suo stato di chiusura, sebbene forse sappia che qualcosa non va. Questo bambino, così potente nella sua chiusura, non rinuncia facilmente al suo potere. Esercita una vera e propria aggressività passiva, e spesso il controtransfert è composto da un misto di rabbia ed impotenza.

Abbiamo sperimentato personalmente questa sensazione con Giancarlo, un ragazzo di 13 anni affetto da mutismo selettivo (si esprime verbalmente solo in casa). Prima di sperimentare tecniche gestaltiche, abbiamo spesso sentito il desiderio di gettare la spugna, di arrenderci, di dichiarare la sua vittoria per knock-out dell’avversario. Poi abbiamo compreso che questo bambino non usava l’arma del silenzio intenzionalmente. A un certo punto della sua vita ha imparato che doveva farlo e, benché le circostanze possano essere cambiate, lo fa ancora oggi. Oppure lo fa perché sente che per lui è troppo pericoloso aprirsi e parlare. Mantenendosi così chiuso, isola molte parti di sé e della sua vita. Non si consente di sperimentare liberamente, di esplorare, sviluppare e crescere laddove ne avrebbe bisogno. Quindi abbiamo deciso di agire con delicatezza – la forza romperebbe il guscio, anziché schiuderlo. Il suo modo di comunicare è fatto di spallucciate, smorfie e frasi sussurrate, del tipo “non lo so”. Le tecniche espressive si sono quindi dimostrate utili, se non miracolose. Attraverso di esse ha cominciato a comunicare, senza dover rinunciare al suo silenzio. Era stato egli stesso a cercare la terapia perché voleva davvero rompere il guscio che lo teneva lontano dalla gioia e dal divertimento che vedeva attorno a sé, fra i suoi coetanei. Il suo guscio ha assolto un compito che andava ben oltre il ripararlo dal dolore e dal pericolo, il pericolo di mettere in discussione la sua stessa identità di genere. Giancarlo paga la sua diversità con l’autoesclusione e l’isolamento, con un senso di confusione che lo porta verso l’impossibilità di scegliere, di essere spontaneo e trasparente perché ancora non del tutto consapevole di sè, delle sue sensazioni, delle emozioni che solo ora incomincia a contattare attraverso il lavoro espressivo e creativo della gestalt.