Studio di Psicologia

Dott.ssa Laura Costantino

Psicologa

PSICOLOGIA SCOLASTICA

 

Giovani precari

Dall'adolescenza all'età adulta oggi. Nell'epoca del precariato e della globalizzazione. Adolescenti verso l'età adulta.

scuola Entrambi i termini adolescente ed adulto etimologicamente derivano dal latino adolesco che significa mi nutro .
Laddove nel termine adolescenza si allude a quel tempo e a quello spazio in cui il ragazzo prima ed il giovane, poi, hanno bisogno di nutrirsi per crescere e per fortificarsi nel processo di crescita psicologica che li porterà dalla fanciullezza all’età adulta; mentre nel significato etimologico del termine adulto  è implicito il riferimento ad una condizione di pie-nezza e di maturazione cui l’adolescente aspira, ma che solo l’adulto – letteralmente colui che si è già nutrito – possiede.
Per cui - così come avviene nelle fiabe, in cui il nutrimento materiale allude sempre al nutri-mento spirituale - nell’etimo di entrambi i termini vi è una allusione ad un processo di matura-zione e di trasformazione lungo il quale, grazie a questo nutrimento, grazie cioè a questa espe-rienza, ci si fortifica e ci si arricchisce, fino a raggiungere la condizione autonoma tipica dell’età adulta.
In questo modo l’adolescenza appare come una vera e propria  migrazione interna che dai co-modi e domestici territori dell’Infanzia e della dipendenza conduce il soggetto verso gli aspri e impegnativi orizzonti dell’autonomia  che contraddistingueranno da un certo momento in avan-ti l’età adulta.
Una migrazione che avviene all’interno di un processo di passaggio cerimonializ-zato che richiede un tempo e uno spazio ad hoc, distinti da quelli dell’Infanzia, così come da quelli adulti, poiché in quei luoghi ed in quel tempo si consumeranno una morte e una rinascita che incutono ansie e timori sia nel soggetto che patisce questa perdita simbolica, sia nella co-munità degli adulti che non può esimersi prima o poi dall’accoglierlo al proprio interno in quan-to neoadulto (Van Gennep).

Nel corso di questa migrazione interna lentamente e, nonostante le apparenze , affannosamente varie ipotesi su quello che il soggetto potrebbe diventare alla fine del processo di passaggio si confrontano e vengono valutate in termini dinamici sia dall’adolescente sia dagli adulti preposti dalla comunità ad attestare le sue qualità particolari che alla fine lo condurranno alla sua rinascita in quanto adulto.
Il che implica da parte dell’adolescente l’acquisizione in itinere di capacità previsionali e di ipo-tesi progettuali più o meno realistiche, più o meno conflittuali, che si definiscono lungo un ter-reno di confronto con le vecchie e nuove imago ideali da demolire, da ricostruire, da levigare, da agglutinare, ed, alla fine, da de-idealizzare e da adattare alle esigenze reali del mondo del lavoro ed alle possibili coniugazioni nel mondo degli affetti.
E, da parte della comunità degli adulti, l’approntamento di un corpo speciale preposto alla valutazione, di un insieme di sacer-doti del passaggio  le cui caratteristiche (rigidità vs riparatività; stereotipizzazione vs indivi-duazione; intuitività vs attenzione cosciente e critica; selezione di censo vs selezione di merito; etc) sono altrettanto importanti quanto l’attività acquisitiva del giovane nel determinare le mo-dalità specifiche e storiche secondo le quali avviene la riproduzione sociale in una determinata cultura. In questo modo ciascuna cultura, sia a livello sincronico che diacronico, definisce nel tempo proprie modalità di passaggio, propri riti, propri tempi, propri obiettivi nel processo di aggregazione all’età adulta.

E’ per questo che, al di là della universalità del passaggio e della sua ritualizzazione, al di là della immanenza in ogni cultura di una presenza che noi definiamo col nome di adolescenza, noi scorgiamo non una adolescenza uguale nella sua fenomenologia in tutto il mondo, ma tante adolescenze, alcune delle quali sono così brevi che si esauriscono nell’atto stesso del passag-gio, altre – come la nostra – sembrano tendere ad avere gli anni di Nestore e di Priamo e pro-lungarsi – Charmet direbbe forse: spalmarsi – ben oltre la linea d’ombra oltre la quale ci si at-tende che cominci l’età adulta.
E’ per questo che mi pare che una definizione dell’adolescenza in termini funzionali (Jeammet, Pietropolli Charmet 2000, ecc.) sia nettamente preferibile ad una che tenda a delimitare questa fase della vita all’interno dell’intervallo temporale che c’è tra Infanzia ed età adulta (Eassen).

Infatti, mentre nel secondo caso ci si espone al rischio di individuare un’area estremamente fluttuante che a volte, specie nelle società semplici, tende addirittura a scomparire, nel primo caso si individua un insieme di funzioni che sono riscontrabili univocamente in qualsiasi cultura e lungo tutto il percorso storico delle società umane: funzioni inerenti il passaggio e la sua ce-rimonializzazione;funzioni inerenti il processo maturativo ed i compiti di sviluppo propri di questa età della vita;funzioni inerenti le modalità di aggregazione dell’ex adolescente nella comunità adulta, etc.
In una parola funzioni inerenti nel contempo sia le esigenze universali e sia le modalità sociospecifiche di riproduzione sociale riscontrabili in ogni cultura.
precsriL’approccio funzionale al tema, come avremo modo di vedere fra un po’, diventa particolar-mente importante oggi, nell’epoca della globalizzazione, per chi voglia interessarsi ai problemi psicologici odierni che affliggono i giovani che si apprestano ad entrare nel mondo adulto per-ché ci permette di cogliere gli elementi di fondo che accomunano i destini di adolescenti che diventano adulti ed entrano nel mercato del lavoro o molto presto o molto tardi, al di là di ovvi, ma meno rilevanti punti di distinzione.
Come ormai ci dicono senza pudore i media, e come d'altronde viene sancito da leggi ad hoc volte a ridefinire le modalità di rapporto in base alle quali le giovani leve odierne entrano e spesso sono destinate a rimanere a lungo nel mercato del lavoro, c’è un dato di fondo che ac-comuna i giovani che accedono al lavoro subito dopo la fine dell’obbligo scolastico e quelli che vi entrano magari dopo aver raggiunto la laurea e aver frequentato qualche master: questo dato è la precarietà.

I giovani d’oggi: precari sulla linea d’ombra 
I dati parlano chiaro: saranno presi in considerazione in prevalenza quelli che si riferiscono alla realtà reggiana , ma enormi sono le inferenze che, a mio modo di vedere, è possibile fare circa la pervasività e la concreta diffusione in tutta la metropoli postindustriale di un modello di ag-gregazione all’età adulta che potremmo così riassumere: - ingresso dei giovani nel mercato del lavoro attraverso le varie forme di lavoro atipico; - loro permanenza in una situazione di preca-riato per un periodo più o meno lungo a seconda del settore di occupazione, delle caratteristi-che del ciclo economico, etc.; - loro accresciute esigenze rispetto alla generazione precedente sul piano formativo – conseguente loro permanenza nella famiglia d’origine (o in  una situazio-ne di dipendenza economica da essa) per un periodo sempre più lungo rispetto alla generazione precedente.

Con gli ovvi adattamenti alle situazioni locali e - come vedremo - con l’andamento tendenziale del ciclo economico, si può dire che questa è la modalità principe che regola l’accesso odierno all’età adulta della generazione che sotto i nostri occhi sta attraversando la famosa linea d’ombra di conradiana memoria che separa e unisce nel contempo l’adolescenza all’età adulta.
Questa la modalità principe attraverso la quale si va strutturando e funziona concretamente oggi la riproduzione sociale, cioè quella delicatissima operazione di “passaggio del testimone” degli usi, dei costumi, delle modalità di vita e di produzione dalla generazione che declina a quella che emerge sulla scena sociale. Questo infine ciò che sul piano psicosociale contribuisce all’emergere di modifiche dei profili caratteriali nelle nuove generazioni (Angelini, 2001), in-sieme a tutta una serie di elementi educativi già operanti in questo senso durante tutta l’Infanzia (Angelini, 1992) e la latenza.

I dati parlano chiaro e dicono che a Reggio Emilia, mentre la leva dei giovani lavoratori dipendenti che nel 1992 è entrata nel mercato del lavoro comprendeva solo un 21,5% di precari, negli anni successivi c’è stata una vera e propria impennata di precari che nel 2002 salivano al 70,6%, ma che in questi 11 anni si sono espansi ogni volta che le nuove leggi volte alla libera-lizzazione e alla deregulation del mercato del lavoro ha permesso l’apertura di nuove possibilità di precarizzazione . 
Ciò non significa che questi giovani siano destinati a rimanere per tutta la vita in una situazione di precariato.
Di fatto, come ha dimostrato Seravalli, dopo uno o due anni finora, di fronte ad un ciclo sostanzialmente positivo, circa la metà di essi passa dal lavoro atipico al lavoro standard.
Innanzitutto però rimane il fatto che questa modalità di ingresso si somma al dato del prolun-gamento del tempo per la formazione (formazione-lavoro, formazione on the job, tirocinio, master, ecc), e spesso si confonde con essa fino a creare situazioni di ambiguità sulla reale na-tura dei processi in cui il giovane è inserito (Laffi), di procrastinazione sine die dell’assunzione di una prospettiva adulta sia nella vita pubblica che privata.
precariTutto ciò, in secondo luogo, finisce col determinare nuovi vissuti e nuovi equilibri nella famiglia d’origine, fino a configurare una nuova forma di convivenza (la famiglia prolungata) in cui “due generazioni adulte” si confrontano costringendo la più giovane e la meno indipendente e realiz-zata di esse a comprimere le proprie istanze di autonomia e di autoaffermazione  (Farina, Sca-bini, Zanatta).

Inoltre, e di conseguenza, l’attardarsi in una condizione di ambiguità e di dipendenza procra-stina, fiacca, smonta, inibisce o addirittura impedisce il formarsi in questa generazione di quel-la progettualità sul piano produttivo e affettivo che finora era stata una delle caratteristiche di fondo che contraddistingueva l’ingesso nell’età adulta.
Infine, tornando al piano economico, se il ciclo dovesse diventare negativo (e le ormai evidenti tendenze alla stagnazione ed alla recessione purtroppo vanno in questa direzione), nei luoghi meno competitivi del mercato globale e negli impieghi più esposti probabilmente si assistereb-be ad una compartimentazione fra i giovani (Seravalli), che continuerebbe a vedere da una parte l’uscita, sia pure ‘postuma’, da una condizione di atipicità e di precariato dei più qualifica-ti fra di essi; mentre dall’altra per i meno qualificati, ed in special luogo per gli immigrati, il ri-schio sarebbe quello di una cronicizzazione della loro condizione di atipicità con conseguente progressiva marginalizzazione e svalutazione della loro forza lavoro.

Intanto però l’attardarsi da parte sia dei più qualificati che dei meno qualificati sulla linea d’ombra, la medesima modalità con cui entrano e, dopo mille peripezie, si sistemano nel mer-cato del lavoro, i medesimi atteggiamenti che nei loro confronti assume la comunità degli adul-ti sono destinati a influire massicciamente nella determinazione di medesimi importanti ele-menti della loro personalità, del loro atteggiamento nei confronti del futuro, della loro disposi-zione ad assumere o meno su di sé il peso della responsabilità e a diventare autonomi.
E, come traspare dal dialogo con loro, come risulta evidente dai loro comportamenti e dai loro riti quotidiani, non è neanche vero che da parte degli adolescenti ci sia una incapacità a intuire il senso di ciò che li attende una volta diventati adulti. Infatti a ben vedere da molte espressio-ni del loro dire e del loro agire quotidiano traspare, nonostante la lontananza di molti di loro dal mondo del lavoro, la consapevolezza di quella assenza di sicurezza, di quel deficit di senso che li attende che solo un atteggiamento interpretativo superficiale degli adulti addetti ai lavori poi tende ad inquadrare in termini sintomatologici ed epifenomenici.


Il lavoro di ridimensionamento dell’ideale dell’Io megalomanico adolescenziale oggi
Oggi, nell’epoca della globalizzazione, il precariato e  tutti i fenomeni ad esso connessi sul pia-no economico, sociale e psicologico, ci vengono venduti come delle ovvie soluzioni per salvare la società e il PIL dalla rovina e per garantire il futuro dell’economia.
Nessuno si perita di considerare ciò che nel frattempo accade dentro ai soggetti che alla fine dell’età evolutiva si apprestano ad entrare in questa “giungla globale” che è diventato ormai il mercato del lavoro, ed a permanervi a lungo , come abbiamo visto, in una situazione di insicu-rezza circa il fatto di essere realmente e definitivamente entrati in esso (Laffi), in una situazio-ne di incertezza circa i contorni della propria identità adulta, in una condizione di precariato che difficilmente alimenta in loro la propensione ad identificarsi con la filosofia del luogo di la-voro in cui sono capitati e dal quale in ogni momento possono essere espulsi, in un luogo men-tale - quello della post-adolescenza - dal quale risulta estremamente difficile raggiungere un angolo prospettico che permetta loro di poter immaginare il proprio futuro sul piano produttivo e riproduttivo.
Il
nuovo idolo della globalizzazione, cioè la speculazione transnazionale che sposta il lavoro laddove esso risulta più conveniente in termini finanziari, impone quotidianamente l’immolarsi in tutto il mondo sui propri altari di legioni di giovani che in questo modo sono sottoposti ad una continua opera di levigamento, che si somma ai dati educativi che già in precedenza ave-vano esercitato su di essi una forte influenza  e che, insieme ad essi, è destinata a modellare sia la loro psiche individuale sia il modello rappresentazionale della prima età adulta che la so-cietà tende a cucir loro addosso e che ed essi stessi tendono “spontaneamente” ad assumere, ed a farlo in maniera alquanto diversa rispetto a ciò che avveniva nella generazione preceden-te.
In questa sede cercheremo di riflettere su quello che verso la fine dell’adolescenza risulta esse-re un aspetto rilevante nel determinare le modalità di passaggio all’età adulta: e cioè sull’opera di ridimensionamento dell’ideale megalomanico adolescenziale e di ripristino del Super Io edi-pico e riparatorio.
adolescenti
Cercheremo di fare una ipotesi su come oggi avviene il passaggio: - da uno stato di onnipotenza in cui ogni aspirazione può essere megalomanicamente pensata e colloca-ta in un futuro vago e lontano alla reale potenza che nasce dalla decisione di attraversare la famosa linea d’ombra che marca il percorso di migrazione interna delle giovani generazioni all’età adulta; - dalla convivenza con una pluralità affastellata di immagini di sé che convivono confusamente a livello di ipotesi e di abbozzo all’accettazione di una immagine di sé concreta e circoscrivibile che nasce dall’impegno sul piano della riproduzione sociale; su come oggi è pos-sibile passare quel limitare di gioventù che dal regno della speranza conduce a quello del pro-getto e della responsabilità che dovrebbe caratterizzare, in maniera sociospecifica, ogni cultura portatrice di una qualsiasi etica del lavoro.

Partiremo da una constatazione: tutti gli adolescentologi che guardano al fenomeno dell’adolescenza in termini funzionali, allorché rivolgono il loro sguardo alla fine dell’adolescenza, concordano su di un punto: l’ingresso nel mondo del lavoro (sia che avvenga a 15 anni sia che avvenga a 25 o a 30 anni) implica un profondo ridimensionamento dell’ideale dell’io megalomanico che aveva caratterizzato tutta la fase precedente  ed il riemergere di quelle istanze superegoiche edipiche che permettono la definizione dinamica dei limiti della propria potenza e della propria generatività. Istanze che per tutta l’adolescenza avevano latita-to (Chasseguet Smirgel) o avevano giocato a rimpiattino con l’Ideale dell’Io megalomanico permettendo al ragazzo prima e al giovane poi di potersi confrontare con i propri modelli, con le proprie imago adulte più potenti e generative senza sentirsi da esse schiacciato ed impedito nel proprio processo di crescita e maturazione.

Ebbene occorre cominciare a prendere atto che la realtà del precariato è destinata sempre più a sconvolgere e mettere in crisi le vecchie modalità secondo le quali fino a ieri avveniva  que-sta doppia azione di levigamento e di riemersione poiché l’assenza di quel doppio background operativo ed affettivo in grado di determinare un terreno di condivisione stabile nel tempo della dimensione della responsabilità incide profondamente sul piano della definizione dell’immagine di sé del neoadulto odierno.

Infatti le concrete possibilità di coniugazione e di scambio che è possibile fare sia sul piano la-vorativo che affettivo, anche se generative e soddisfacenti, rischiano in ogni momento sul pia-no lavorativo di mettere al mondo frutti che il giovane non potrà mai vedere e sul piano affetti-vo di essere destinate ad un procrastinamento sine die.

In altre parole Iùil lavoro di ridimensionamento degli ideali adolescenziali e l’emergere dentro al neo-adulto di un bilanciere certo della responsabilità può avvenire solo se il giovane si trova a vivere all’interno di un quadro di stabilità spaziale e temporale su entrambi i piani o almeno su uno di essi (che spesso peraltro, come ognuno di noi sa per esperienza personale, in quel mo-mento della vita prelude molto da vicino alla stabilizzazione dell’altro).
Infatti è solo all’interno di uno stabile quadro temporale e spaziale che permetta la coniugazio-ne con gli altri lavoratori e con gli elementi tecnologici di base del proprio lavoro che la produt-tività e la generatività giovanile potranno esprimersi, il giovane potrà realmente sentire come suo il frutto del proprio lavoro, e sentirsi pienamente compartecipe del gruppo operativo in cui lavora.

E’ in questo modo che quel luogo e quel lavoro potranno diventare,  direi “avranno il tempo” di diventare i contenitori della sua neonata identità adulta.
E’ solo per questa strada che lo sforzo di adattamento all’organizzazione che il giovane fa potrà essere ripagato dalla soddisfazione che nasce in lui dal vedere i risultati del proprio lavoro e dal sentirsi comparteci-pe dei progetti e dei prodotti. 
Così come è solo in un quadro di base che consenta un minimo di sicurezza circa l’avvenire che è possibile passare dall’affettività adolescenziale a quella adulta.
E cioè da un’affettività che, nello stesso momento in cui il giovane celebra in maniera intensissima la nuova dimensione (e-sogamica) dell’amore, non può non essere collocata in una dimensione temporale che, al di là di ogni proposito, è tutta schiacciata sul presente, ad una nuova dimensione dell’amore, quella adulta che, come quella adolescenziale, parte dalla profondità e dalla reciprocità dell’investimento attuale per però proiettarlo nel futuro, in un progetto di vita in comune, cui spesso poi segue la scoperta  di una propensione di coppia alla riproduttività anche sul piano anche della genitorialità.

Nell’analizzare l’azione di levigamento e di ridimensionamento dell’Ideale dell’Io megalomanico in adolescenza infine non va dimenticata l’azione che gli adulti, coscienti o meno che essi siano di questa loro funzione, esercitano in questa direzione.

La Gottfredson, una delle massime esperte mondiali in tema di orientamento lavorativo,  sostiene che nel determinare la scelta fi-nale che il giovane o la giovane faranno allorché si avvicineranno al mondo del lavoro vi sono tre componenti: - da una parte i genitori e la famiglia che con il loro status definiscono la parte inferiore di un’area dentro la quale i giovani si sentiranno affermati, - dall’altra la scuola e tutte le istanze formative che concorrono - insieme a molte altre istanze che comprendono o meno gli adulti - nel definire lambito superiore di quest’area: quello delle massime aspirazioni realisticamente raggiungibili; - ed infine l’appartenenza di genere che taglia longitudinalmente quest’area determinando lavori considerati adatti a sé in quanto maschi o femmine.

Tutti e tre questi dati ci permettono di comprendere come la comunità degli adulti influisce, in-sieme all’esperienza concreta che il giovane ha l’opportunità di fare, in ciò che in un altro lavo-ro abbiamo definito come il processo di ‘imborghesimento’ dell’Ideale dell’Io megalomanico a-dolescenziale (Angelini e Bertani, 2003).

Infatti la classe sociale di appartenenza della famiglia, le aspirazioni dei genitori, gli investi-menti affettivi (e non) da loro fatti nei figli, l’influenza che le imago genitoriali - come sembra suggerire anche la Gottfredson – esercitano fin dalla nascita sul soggetto in età evolutiva con-corrono indubbiamente nel determinare un primo abbozzo del sé adulto.
Ma oggi l’eclisse della genitorialità rende più deboli ed evanescenti queste imago e questi introietti (Angelini, 2001).
Così come certa è l’influenza che gli educatori e i formatori possono esercitare nel concorrere, insieme all’esperienza concreta e limitante che il giovane va facendo (o non va facendo) mano a mano che cresce e si confronta con se stesso, in quell’opera di sfoltimento del ricco e con-traddittorio ventaglio di opportunità iniziali sognate dal giovane.

Ma la sempre più chiara pro-pensione dei governi alla trasformazione della scuola da luogo di prevalente selezione merito-cratica a luogo di conferma del censo e della classe sociale di appartenenza del giovane rischia di vanificare questa seconda importante via attraverso la quale gli adulti non solo possono con-correre nell’opera di ridimensionamento dell’ideale megalomanico adolescenziale, ma anche in quella della promozione della mobilità verticale attraverso una selezione che promuova i meri-tevoli.

Effetti sul giovane adulto del prolungamento sine die dello stato di liminarità spaziale
 
In questo modo le società più semplici sembrano così molto più capaci della nostra di indivi-duare all’interno della comunità degli adulti quei sacerdoti del passaggio capaci di guidare il preadolescente prima e il giovane adulto poi per tutta la durata del passaggio, di dare ad esso senso, di favorire l’ingresso del giovane nella comunità degli adulti senza eccessivi traumi sia per il neofita sia per la comunità, che altrimenti si sentirebbe aggredita e sconvolta dai nuovi arrivati.

Cosicché, di fronte alle attuali deficienze del mondo adulto ad accogliere il giovane in maniera non traumatica, quest’ultimo non può che trovare in se stesso e nel gruppo di pari quegli ele-menti difensivi che gli permettono di affrontare la peraltro  lunghissima cerimonia di passaggio senza eccessivi traumi.
E, poiché per tutto questo tempo il giovane non può esimersi dal vivere in famiglia e presso la comunità degli adulti, egli non ha altra chance che definire un luogo a parte, un luogo liminare, che non è che il prolungamento sine die di quel luogo liminare presente in ogni cerimonia di passaggio che ha la funzione di mantenere il candidato alla nuova fascia d’età lontano sia dal mondo dell’Infanzia, cui non appartiene più in base ad elementi corporei (menarca, capacità erettiva) e psicologici (capacità crescente di andare da solo per il mondo), sia dal mondo adul-to cui non può ancora appartenere innanzitutto poiché, come abbiamo visto, ancora non ha acquisito pienamente alcuni elementi di fondo che contraddistinguono questo mondo, ed in se-condo luogo perché gli adulti stessi, di fronte a questo portatore di pericolosi segnali di discon-tinuità che minano alle fondamenta l’armonia e la pace fra le generazioni (Van Gennep), non possono esimersi dal prendere, almeno emozionalmente, le distanze da essi. 

La notte diventa così il luogo principe in cui si aggrega la enorme massa di questi ‘eterni’ can-didati adulti, e “quelli della notte” i soggetti che si ritrovano a vivere in questo luogo liminare e in tutti quei luoghi serotini (i pub, gli after hour, i muretti, etc), che hanno loro cerimonie e lo-ro percorsi più o meno esclusivi e che risultano intrudibili solo dalla loro industria culturale che ne scandisce orari, costumi, condotte.
Soggetti che, d’altro canto, smessi i panni che si addicono alla permanenza in questo stato di liminarità, di giorno stazionano nella condizione di figli, di studenti e di precari nei più domesti-ci e solari luoghi della famiglia e dell’impegno scolastico, formativo e lavorativo.
Soggetti che, in ogni caso, non possono non sottoporsi a quelle prove solitarie o di gruppo (Le Breton) in base alle quali diventi possibile per loro comprendere la natura degli eventi trasfor-mativi cui non possono sottrarsi e dare senso, o tentare di dare senso al tutto. E’ indubbio che il permanere a lungo in questa condizione presenta una serie di vantaggi e di rischi, che spesso affondano le loro fondamenta nello stesso humus.

I vantaggi sono nel fatto che in questo luogo senza tempo, in cui – come nell’Isola di Peter Pan – tutto sembra rimanere sempre uguale a se stesso, l’assenza del tempo lineare e irreversibile e del richiamo del passato, da una parte, e la permanenza all’interno di una dimensione tem-porale tutta incentrata sul presente, dall’altra, permette l’emergere di forme di creazione che solo in questa atmosfera lontana e dalle ambasce dei tempi dell’impegno e dai vincoli del pas-sato possono trovare la loro espressione.
scuolaI vantaggi sono nell’attribuire a questi luoghi e soprattutto ai gruppi di pari che in essi si for-mano e si scompongono quella funzione di famiglia sociale (Charmet, 2000) che spesso com-prende gli unici reali compagni di viaggio, gli unici imberbi sacerdoti del passaggio dei giovani, gli unici in grado di comprendere, anche nei momenti più estremi e rischiosi, la reale natura delle cose che stanno accadendo.

I vantaggi infine sono in un affinamento delle possibilità di autocura e di autopromozione di quelle “cerimonie intime parallele” (Le Breton) che ormai sembrano sopperire al deficit di pos-sibilità di dare senso al passaggio che contraddistingue la gran parte del mondo adulto.
E, si badi bene, allo stesso modo il rischio è che in questo eterno presente il giovane si ritrovi: - costretto - malgé soi - in una condizione di eterno adolescente; - sospinto dalla sua condizio-ne di precario  ad assumere su di sè alcuni tratti sintomatici della “sindrome di Peter Pan”: il disimpegno, la vita da “vitellone”, l’incapacità ad assumere su di sé anche le più lineari respon-sabilità che anche questo limbo perenne che si estende fra studio e lavoro imporrebbe; - schiavo di un personaggio eroico che risulta, man mano che egli cresce, sempre più liso e peri-colosamente in grado di incidere negativamente sul piano della sua autostima, di esporlo sem-pre più al rischio di apparire ridicolo.
Rischio che, in questo modo: - più che ad un imborghesimento dell’ideale dell’io, più che ad un suo processo di trasformazione e di aggregazione all’età adulta, si assista ad un suo svilimen-to; - più che ad un riemergere di un Super Io capace di assumere su di sé il peso della respon-sabilità e la padronanza del progetto si assista alla nascita forzosa nel neo-adulto di un Super Io romantico e a volte caricaturale che, sganciato com’è dall’ambito della responsabilità, risulti più che altro come il frutto di una sorta idealizzazione del Super Io; - rischio che nel caso del precario diventa ancora più marcato, poiché per lui la dimensione dell’impegno condiviso e ve-rificato rimane sempre dall’altra parte della palizzata.

Penso risulti abbastanza chiaro che in questo quadro occorrerebbe rivedere profondamente concetti quali il “salario sociale”, il “salario minimo garantito” che a prima vista sembrano delle richieste ragionevoli miranti a garantire il giovane di fronte ad un mercato del lavoro che semi-na insicurezza e precarietà.
A mio modo di vedere infatti, alla luce di quanto detto sopra, simili proposte, una volta abban-donato l’approccio economicistico di cui sono figlie (Gorz), ed una volta analizzate da un punto di vista psicosociale, rischiano di diventare una vera e propria esegesi di quell’assistenzialismo caritatevole tipico dello stato neoliberista che, nello stesso tempo in cui sbaracca le tutele del welfare che fu, lo fa in nome di un “welfare delle opportunità” che non è che un insieme di in-terventi-tampone ex post che inchiodano il precario nella sua condizione di colui che ottiene “per preghiera e non per diritto”.
Il che, a mio modo di vedere, in termini psicosociali significa condurre il giovane a considerare il salario sociale come una compensazione assistenzialistica al suo essere nel mondo e, per questa strada: - ad istituire implicitamente di fronte a se stesso la società erogatrice del salario sociale come un’istanza di tutela genitoriale caritatevole; - e, conseguentemente, a vivere se stesso come un perenne bambino bisognoso sempre di tutela e di contenimento.

Il rischio, sempre in termini psicosociali, è la deprivazione della società dell’immenso patrimo-nio di conoscenze e di creatività rappresentato dai giovani.
 Infatti la sistematica rinuncia all’istituzione dentro al soggetto neo-adulto di quelle istanze di autonomia e responsabilità che sono le fondamenta dell’età adulta implicano una rinuncia alla progettualità ed, in ultima istan-za, un vero e proprio killeraggio del futuro.
Laddove invece il lavoro continuativo, attraverso la messa in sicurezza della dignità del giovane-adulto, lo garantisce ex ante nella sua autonomia e nella sua capacità di mantenere una propria personale visione del mondo e di assumere su di sé in maniera critica l’etica del lavoro prevalente nella società in cui gli tocca di vivere.
 
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"Giovani precari. Dall’adolescenza all’età adulta oggi, nell’epoca del precariato e della globalizzazione", tratto in data 05-01-2005 da:

Obiettivo Psicologia. Formazione, lavoro e aggiornamento per psicologi