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Ipnosi per ansia e attacchi di panico

Chi conosce gli altri è sapiente; chi conosce sé stesso è illuminato. (Lao Tzu)

Ipnosi per l’ansia e gli attacchi di panico

Disturbi d’ansia

L’ansia, dal punto di vista etimologico, deriva dal termine tardo latino “ănxia” (da angere, stringere). L’area semantica dell’ansia, ansia generalmente, include definizioni come questa: “stato tormentoso dell’anima, provocato dall’incertezza circa il conseguimento di un bene sperato o la minaccia di un male temuto”, mentre l’ansietà (lo stato ansioso) viene così definita dai dizionari: “Inquietudine tormentosa, trepidazione (causate da uno stato di dubbio, di timore o da intensa, violenta bramosia); angustia, affanno, dolorosa apprensione”.

Generalmente l’ansia viene considerata dai professionisti della salute mentale come la madre di tutte le emozioni e, proprio per questo, è utile differenziare sia l’ansia da altre emozioni ad essa affini, che un’ansia intesa come condizione esistenziale (per cui ogni essere umano ha fatto e fa esperienza dell’ansia) da un’ansia patologica.

Dal punto di vista esistenziale, l’ansia è un’emozione che ha la funzione positiva di tenerci informati sullo stato di successo o fallimento attuale e previsto che abbiamo nel raggiungere i nostri scopi e – contemporaneamente – attiva il nostro organismo per prendere le misure necessarie a ristabilire in modo rapido un andamento favorevole.

L’ansia condivide con altre emozioni, come l’angoscia, la paura, il panico o il terrore, alcune similitudini nel funzionamento e, nello specifico, il fatto di costituire una tipica risposta al pericolo (reale o presunto tale). In virtù di ciò, a volte potrebbe risultare difficile, dal punto di vista esperienziale (o fenomenologico), distinguere tra loro queste emozioni. Nello specifico, ad esempio, mentre la paura è maggiormente legata alle situazioni presenti, a pericoli in corso (l’oggetto della paura è conosciuto), l’ansia è relativa a eventi non immediati e può essere sperimentata anche in assenza della consapevolezza dello stimolo scatenante (del pericolo): non a caso nell’ansia l’attivazione corporea è meno massiccia e pervasiva che non nella paura.

Ciò che accomuna e differenzia le risposte emotive al pericolo è il loro contenuto cognitivo da un lato e la reazione somatica che le accompagna dall’altro. Il contenuto cognitivo riguarda generalmente un pericolo imminente e, l’emozione esperita, sarà tanto più intensa quanto più sarà grande il presunto pericolo; la reazione somatica è una reazione di allarme sostenuta da un aumento del tono adrenergico che mette l’organismo nelle condizioni migliori per combattere o fuggire e dunque per opporsi al pericolo che percepisce.

La risposta dell’organismo alla minaccia può essere discussa nei termini di tre principali tipi di reazione:

  • la mobilitazione
  • l’inibizione,
  • la smobilitazione.

La mobilitazione prepara l’individuo alla difesa attiva. L’inibizione (un’espressione della reazione di blocco) è preposta alla riduzione del “comportamento rischioso” e per prendere tempo al fine di elaborare una strategia adeguata. La smobilitazione denota invece la disattivazione dell’apparato motorio e riflette il senso di impotenza di fronte a un pericolo sovrastante.

Ma quand’è che l’ansia diventa patologica?

Esistono senza dubbio delle differenze individuali nella propensione a provare ansia. La tendenza all’ansia è dovuta, principalmente, alla percezione della realtà come minacciosa e di sé come incapaci a fronteggiare gli eventi. Questi due elementi costituiscono un fattore di vulnerabilità e possono spingere l’individuo a una ipervigilanza continua rispetto ai possibili indizi di minaccia presenti nell’ambiente e, soprattutto, nelle situazioni nuove.

Ciò che trasforma l’ansia in un disturbo d’ansia non è l’attivazione fisiologica che segue alla percezione di una minaccia nell’ambiente: quando invece tale attivazione diviene, a sua volta, oggetto di valutazione catastrofica e diventa essa stessa una minaccia (spesso più grave di quella esterna che ha funzionato da stimolo), allora è in atto un processo disfunzionale, un disturbo.

Per chi soffre un disturbo d’ansia, generalmente i pericoli possono essere ipotetici e distanti e per l’ansioso potrebbe non esserci un limite alle ipotesi negative, fino al punto per cui può arrivare ad instaurarsi un continuo rimuginio relativamente a tutte le cose sgradevoli che possono capitare. Un evento, infatti, può essere sperimentato come minaccioso se pensiamo di non avere su di esso alcun potere, se riteniamo di non poterlo controllare, pur conoscendolo e prevedendolo. A volte, l’idea che un controllo possa comunque essere esercitato e possa valere a evitare l’evento temuto, genera una situazione di continuo ipercontrollo, nell’illusione che ciò varrà a evitare il peggio.

Una volta che il disturbo d’ansia si è instaurato, la vita della persona può modificarsi sostanzialmente e, insieme ad essa, le relazioni interpersonali e l’idea che si ha su se stessi. Una parte consistente della giornata può venire assorbita da pensieri e comportamenti connessi all’evitamento degli eventi temuti e ciò peggiora la capacità di fronteggiare i compiti della vita quotidiana: le performance possono peggiorare e la fatica aumentare costantemente.

Non è facile descrivere tutti i sintomi che possono presentarsi e contraddistinguere al tempo stesso i diversi disturbi d’ansia: i sintomi che denotano un disturbo d’ansia, infatti, possono coinvolgere generalmente uno o più dei quattro sistemi funzionali che di norma sono coordinati per produrre risposte adattive alle situazioni di pericolo. Quindi potremo avere sintomi di tipo:

  • cognitivo
  • affettivo
  • comportamentale
  • fisiologico

– I sintomi cognitivi dei disturbi d’ansia possono a loro volta includere: sintomi sensoriali – percettivi, difficoltà di pensiero e sintomi concettuali. Molti di questi sintomi, che sono descritti di seguito, sono una versione intensificata di funzioni normali (come l’autoconsapevolezza e l’ipervigilanza). Altri sintomi invece sembrano essere il risultato dell’inibizione di normali funzioni (ad esempio la perdita di concentrazione e i blocchi). Altri sintomi ancora denotano un’erosione del controllo volontario su processi ordinariamente sotto tale controllo (come la perdita di obiettività e di capacità di valutazione):

Sintomi sensoriali percettivi. Questo tipo di sintomi è significativo non per via della sua gravità o per la sua interferenza con la funzione sensoriale e percettiva, ma perché sono poco conosciuti e non immediatamente controllabili, per cui tendono ad indurre le persone più sensibili a pensare di stare per  “uscire di senno”. ansia3Tali sintomi includono: mente confusa, oscurata, stordita; gli oggetti sembrano offuscati/distanti; l’ambiente sembra diverso/irreale; senso di irrealtà; consapevolezza di sé (che genera imbarazzata timidezza, tipica di chi prova apprensione quando si sente al centro dell’attenzione); ipervigilanza. In realtà tali distorsioni percettive, come gli sdoppiamenti visivi o il senso di irrealtà, possono manifestarsi a volte in persone non ansiose, che generalmente le ignorano. L’individuo vulnerabile, invece, attribuisce a questi  sintomi un significato patologico e, la paura che ne deriva, può arrivare anche ad indurre un attacco di panico.

Difficoltà di pensiero. Ai disturbi d’ansia spesso si associano difficoltà nel ricordare cose importanti; confusione; incapacità a ansia2controllare il pensiero; difficoltà di concentrazione; distraibilità; blocco; difficoltà nel ragionamento; perdita di obiettività e prospettiva. Le difficoltà di pensiero possono essere prodotte da una varietà di fattori. Le inibizioni cognitive possono interferire con la memoria e produrre dei blocchi. Inoltre, la capacità cognitiva dell’individuo viene talmente logorata dal continuo far fronte al “pericolo”, che rimangono ben poche capacità per soddisfare altre esigenze del processo cognitivo. Ciò può condurre a difficoltà nel ragionamento e nel mantenimento di un atteggiamento di obiettività verso i sintomi associati con l’ansia.

Sintomi concettuali. Questo tipo di sintomi riflettono la preoccupazione per il senso di vulnerabilità e pericolo: paura di perdere il controllo; paura di non saper fronteggiare le situazioni; paura di ferite fisiche/morte; paura di disturbi mentali; paura di valutazioni negative; immagini visive minacciose; ideazione spaventosa ripetitiva.

I sintomi affettivi sono spesso quelli più vistosi nei disturbi da ansia. Le esperienze qualitative dell’ansia possono differire da una situazione all’altra e anche volta per volta nella stessa situazione. Gli aggettivi tipici per la descrizione di tali stati affettivi possono variare, così l’ansioso può sentirsi spesso irritabile, impaziente, a disagio, nervoso, teso, suscettibile, timoroso, spaventato, terrorizzato, allarmato, atterrito, eccitato, agitato, ecc.

I sintomi comportamentali generalmente riflettono, come accennato in precedenza, o l’iperattività del sistema comportamentale oppure la sua inibizione. Vi può essere infatti inibizione; immobilità del tono muscolare; fuga; evitamento; linguaggio difficoltoso; coordinazione difettosa; agitazione; collasso; iperventilazione. L’immobilità del tono muscolare è un’espressione della reazione di blocco, mentre il comportamento agitato e i tremori rappresentano la mobilitazione del corpo per l’azione.

I sintomi fisiologici riflettono la prontezza dell’organismo nella sua globalità per la reazione di auto protezione. Il ramo simpatico del sistema nervoso autonomo facilita la strategia di fronteggiamento della situazione. Così l’aumento del ritmo cardiaco e della pressione sanguigna aiutano attivamente la persona a difendersi o a fuggire. I sintomi parasimpatici, invece, facilitano la strategia del collasso, espressione del fatto che la persona è impotente di fronte alla minaccia. I sintomi fisiologici nei diversi disturbi d’ansia possono interessare l’attività cardiovascolare (palpitazioni, aumento del ritmo cardiaco, aumento della pressione sanguigna; oppure debolezza, svenimento, calo della pressione sanguigna, calo del ritmo cardiaco), dell’apparato respiratorio (difficoltà respiratorie, pressione al torace, nodo alla gola, sensazione di soffocamento, respiro affannoso, rapido o superficiale, ecc.), del sistema neuromuscolare (incremento dei riflessi, reazione d’allarme, palpebra contratta, insonnia, spasmo, tremore, rigidità, agitazione, espressione contratta, camminare nervosamente, vacillare, debolezza generalizzata, gambe traballanti, movimenti goffi), dell’apparato gastrointestinale ( dolore addominale, perdita d’appetito, repulsione per il cibo, nausea, bruciore di stomaco, fastidio addominale, vomito), del tratto urinario (impulso a orinare, frequenza della minzione) e della pelle (rossore al volto oppure volto pallido, sudorazione localizzata o diffusa, momenti di caldo o freddo, prurito).

Riporto di seguito la maggior parte dei disturbi di rilevanza clinica in cui l’ansia svolge un ruolo centrale:

– Disturbo da attacchi di panico: un attacco di panico corrisponde a un periodo preciso durante il quale vi l’insorgenza improvvisa di intensa apprensione, paura o terrore, spesso associati con una sensazione di catastrofe imminente. Durante questi attacchi sono presenti sintomi come dispnea, palpitazioni, dolore o fastidio al petto, sensazione di asfissia o di soffocamento, sbandamento o vertigine, senso di instabilità, sentimenti di irrealtà, parestesie, vampate di calore o sensazioni di freddo, sudorazione, senso di svenimento e paura di “impazzire” o di perdere il controllo. Gli attacchi di solito durano pochi minuti, più raramente ore..

L’Agorafobia: la caratteristica essenziale è una intensa paura di essere soli o di trovarsi in luoghi pubblici dai quali, nel caso di un improvviso malore, la fuga può essere difficile o l’aiuto non disponibile. Le attività normali vengono sempre più ridotte man mano che le paure o i comportamenti di evitamento dominano la vita dell’individuo. Le situazioni più comunemente evitate includono l’essere nella folla, per esempio in una strada, o in un negozio affollato, oppure il trovarsi in tunnel, sui ponti, sugli ascensori o su un mezzo pubblico. Spesso queste persone, ogni qual volta escono di casa, insistono per essere accompagnati da un membro della famiglia o da un amico.

La Fobia Specifica: è caratterizzata da un’ansia clinicamente significativa provocata dall’esposizione a un oggetto o a una situazione temuti, che spesso determina condotte di evitamento.

La Fobia Sociale: è caratterizzata da un’ansia clinicamente significativa provocata dall’esposizione a certi tipi di situazioni o di prestazioni sociali, che spesso determinano condotte di evitamento. La persona teme ed evita attivamente situazioni sociali in cui potrebbe mostrarsi inadeguato ed essere esposto al giudizio negativo degli altri. In questo caso ad essere in pericolo è l’immagine di se e, l’emozione più temuta, è la vergogna.

Il Disturbo D’Ansia Ossessivo-Compulsivo: è caratterizzato da ossessioni (che causano ansia o disagio marcati) e/o compulsioni (che servono a neutralizzare l’ansia). La persona mette in atto faticosissime strategie (le compulsioni) per garantirsi, inutilmente, che un certo evento non accada. L’emozione più temuta, in questi casi, è la colpa.

Il Disturbo Post-traumatico da Stress: è caratterizzato dal rivivere un evento estremamente traumatico accompagnato da sintomi di aumento dell’arousal e da evitamento di stimoli associati al trauma. La persona, infatti, tende già da se a rivivere di continuo nella memoria e nei sogni un’esperienza traumatica particolarmente rilevante.

Il Disturbo d’Ansia Generalizzato è caratterizzato da almeno 6 mesi di ansia e preoccupazione persistenti ed eccessive. In questi casi la preoccupazione può estendersi a macchia d’olio su tutto senza più concentrarsi su aspetti particolari. Il soggetto vive costantemente in un mondo che giudica imprevedibile e pericoloso mentre si sperimenta incapace di fronteggiarlo.

– Nel Disturbo d’ansia da separazione l’evento temuto è il distacco dalle persone care senza le quali ci si reputa assolutamente non in grado di affrontare l’esistenza e delle quali dunque si ritiene d’avere infinito bisogno: l’idea di debolezza di sé che lo sostiene è evidente, ed il soggetto ritiene di non poter sopportare la tristezza ed il dolore della separazione.

Per concludere, è consigliabile intraprendere una psicoterapia quando si ha la percezione che l’ansia (o un disturbo d’ansia) limiti, in modi più o meno marcati, il proprio stile di vita personale.

I disturbi ansiosi possono essere curati con successo dall’ipnosi

I disturbi d’ansia sono particolarmente adatti per l’ipnosi come terapia, sia per via del fatto che l’ipnosi agendo sul sistema parasimpatico, provoca un rilassamento generale del soggetto in trance, sia per la natura dissociativa dell’ipnosi, capacità questa particolarmente sviluppata in coloro i quali soffrono di disturbi d’ansia.

Per quanto riguarda l’ipnosi, c’è da fare i conti con la conoscenza erronea ma diffusa della possibilità di perdere il controllo in stato di trance.

La paura intrinseca nei soggetti ansiosi nei confronti di questa credenza, fa sì che apparentemente per il soggetto ansioso sia più difficile sviluppare una trance.

In realtà le cose non stanno così e, anzi, il soggetto ansioso che vuole sinceramente rilassarsi troverà lo stato di trance molto più facilmente raggiungibile e ancora più gratificante (per via dell’esperienza di rilassamento che riescono finalmente a provare in uno stato, sì modificato, ma vigile).

L’ipnosi permette in maniera efficace un rinforzo dell’Io, andando ad agire sull’autostima e sulla forza interiore. Attraverso questa psicoterapia si riesce ad accedere alla mente inconscia, ossia quel luogo dentro di noi dove sono racchiuse tutte le nostre abilità, le nostre capacità, le nostre risorse che in alcuni momenti della nostra vita abbiamo saputo ben utilizzare, in altri momenti invece non ci è stato concesso o non abbiamo potuto utilizzare. L’ipnosi rappresenta la chiave che apre la porta alla parte migliore di noi.

Ipnosi per gli attacchi di panico

Attacchi di panico: il disturbo, i sintomi, la terapia

Il Disturbo da Attacchi di Panico, dal punto di vista sintomatologico, in altro non si concretizza se non nel vero e proprio corteo di sintomi della paura. Il panico infatti, come reazione psicofisiologica, può essere definito la forma estrema della paura: si tratta di una reazione innescata dalla percezione attraverso i nostri sensi o da immagini mentali (di tipo sia realistico che fantastico), che coinvolge l’intero organismo. Esiste un continuum di percezioni ansiose che possono oscillare dall’esitazione fino all’ansia, alla paura, al panico.

La paura è un’emozione provata in tutto il regno animale: essa serve a preparare l’organismo, nel suo insieme di psiche e soma, ad affrontare un pericolo, e ad approntare il comportamento di risposta all’evento temuto: generalmente la fuga o l’attacco.

Negli organismi normali, quanto maggiore è la minaccia percepita (e più grave la posta in gioco), tanto maggiore sarà l’intensità di questi meccanismi preparatori (la risposta alla minaccia reale o percepita). Sotto stress, la capacità dell’uomo di proiettarsi con la mente, e con la memoria, nel passato e nel futuro, lo rende vulnerabile – paradossalmente – alla stessa emozione che dovrebbe garantire la sua sopravvivenza: la paura.

Il panico vero e proprio la persona lo raggiunge focalizzando panico1l’attenzione sui propri stati interni fisiologici in reazione alla paura. Tale processo ingenera (aumentandolo) uno stato di apprensione ansiosa incentrata sui propri stati corporei interni e fisiologici. Una volta innescato, questo processo può diventare ricorsivo (tendendo così ad auto-alimentarsi).

Gli attacchi di panico sono comunemente descritti come un’improvvisa manifestazione di ansia o una rapida escalation di quella solitamente presente. Nel particolare, un episodio può essere caratterizzato da risposte fisiche quali palpitazioni, capogiri, sudorazione, sensazione di soffocamento, tremore o brividi. Chi sperimenta un attacco di panico avverte una perdita di controllo, una sensazione di dissolvimento del sé, la paura (o un livello molto forte di ansia) prende il sopravvento sulla capacità decisionale del soggetto che si percepisce in forte pericolo e senza risorse per reagire (in una sorta di stato dissociato che lo porta a una fuga più o meno precipitosa).

In seguito ad un attacco di panico (o all’esperienza di numerosi attacchi di panico) può insorgere – ma non è una regola – la paura della paura: ossia la paura relativa alla possibilità che possa verificarsi nuovamente un attacco di panico in situazioni in cui potrebbe essere difficile da gestire (o da “controllare” ).Tale paura porta spesso ad evitare le situazioni ritenute potenzialmente “a rischio”, limitando così la libertà e lo stile di vita personale. In tal modo episodi di attacchi di panico possono strutturarsi in un disturbo vero e proprio che può divenire estremamente invalidante per chi ne soffre.

Soffrire un disturbo di attacchi di panico significa fare esperienza frequentemente di forti stati ansiosi, con lunghe e faticose panicoruminazioni, che talvolta sfociano nella paura di poter soffrire, perdere il controllo fino a poterne anche morire. La paura tende a generare confusione, stordimento, assenza: durante un attacco di panico, la concentrazione si focalizza sul pericolo, il cervello esamina velocemente azioni alternative sotto pressione, dissociandosi da ogni altro pensiero. In questo stato, la persona può percepire un senso di estraneità da sé, una sensazione di stordimento o di vertigine. Il ritmo di respiro può diventare affannoso, è possibile percepire del formicolio, sensazioni di torpore o vampate di calore.

I sintomi degli attacchi di panico sono classificati, da un punto di vista psicodiagnostico, attraverso dei criteri.  I criteri per diagnosticare un disturbo da attacchi di panico sono:

Un periodo preciso di intensi paura o disagio, durante il quale quattro (o più) dei seguenti sintomi si sono sviluppati improvvisamente ed hanno raggiunto il picco nel giro di 10 minuti:

  1. palpitazioni, cardiopalmo, o tachicardia;
  2. sudorazione;
  3. tremori fini o a grandi scosse;
  4. dispnea o sensazione di soffocamento;
  5. sensazione di asfissia;
  6. dolore o fastidio al petto;
  7. nausea o disturbi addominali;
  8. sensazioni di sbandamento, di instabilità, di testa leggera o di svenimento;
  9. derealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione (essere distaccati da sé stessi);
  10. paura di perdere il controllo o di impazzire;
  11. paura di morire;
  12. parestesie (sensazioni di torpore o di formicolio);
  13. brividi o vampate di calore.

La caratteristica essenziale del disturbo da attacchi di panico è un periodo preciso di intensa paura o disagio accompagnati da almeno quattro sintomi somatici o cognitivi su 13. L’attacco ha un inizio improvviso, raggiunge rapidamente l’apice (di solito in 10 minuti) ed è spesso accompagnato da un senso di pericolo o di catastrofe imminente.

E’ importante considerare il contesto in cui si manifesta l’attacco. Vi sono tre tipi di attacchi caratteristici con differenti relazioni tra l’esordio dell’attacco e la presenza o assenza di fattori scatenati situazionali:

  • Attacchi di panico inaspettati nei quali l’esordio non è associato con un fattore scatenante situazionale;
  • Attacchi di panico provocati dalla situazione (provocati) nei quali l’attacco quasi invariabilmente si manifesta subito durante l’esposizione o nell’attesa dello stimolo o fattore scatenante situazionale;
  • Attacchi di panico sensibili alla situazione, che hanno più probabilità di manifestarsi in seguito all’esposizione allo stimolo o al fattore scatenate situazionale, ma non sono invariabilmente associati con lo stimolo e si manifestano necessariamente subito dopo l’esposizione.

La psicoterapia del Disturbo da Attacchi di Panico ha, in generale, come primo obiettivo quello di riportare ad un livello funzionale ed adattivo lo stile di vita personale del paziente attraverso la riduzione progressiva dei sintomi. La prima fase della psicoterapia mira ad evitare al paziente di rimanere ancora troppo a lungo vittima dei limiti imposti dal panico.

L’uso dell’ipnosi, inoltre, permette di incidere sulla struttura del disturbo da attacchi di panico portando gradualmente il paziente a gestire “involontariamente” le proprie emozioni (panico, paura e ansia) piuttosto che continuare a sforzarsi di controllarle e di combatterle senza successo (come tanto spesso accade). Una volta fuori dal circolo vizioso del panico, la seconda fase della psicoterapia permette di riorientarsi in una nuova realtà priva del problema.