Studio di Psicologia
Dott.ssa Laura Costantino
PsicologaANSIA E DEPRESSIONE
Quando preoccuparsi e intervenire
Essere giù di corda, essere a terra, non aver voglia di far niente oppure, al
contrario, essere particolarmente "gasati" e su di giri è esperienza normale della
vita. Quando diventa non-normale e occorre preoccuparsi?
Gli psichiatri offrono indicazioni di tempo piuttosto precise: se una situazione di tristezza, di perdita di interesse per le attività quotidiane, di angoscia, dura più di due settimane o se una fase di mania si prolunga oltre la settimana è necessario il trattamento medico.
I sintomi più frequenti della depressione clinica sono:
- Sentirsi tristi o irritabili durante la giornata
- Perdita di interesse e piacere nelle attività che fino a quel momento si svolgevano volentieri
- Cambiamento di peso ed appetito
- Mutamenti del normale ciclo del sonno, difficoltà ad addormentarsi, interruzioni del sonno, risveglio precoce la mattina presto
- Continuo senso di fatica, perdita di energia e di slancio vitale
- Sentirsi inutili, disistima di sè, sentirsi disperati o irragionevolmente colpevoli
- Crisi di pianto
- Incapacità di concentrazione, smemoratezza, incapacità di prendere decisioni
Insoddisfazione generalizzata - Lamentele per dolori fisici indeterminati e sempre diversi, e per disturbi per i quali non si può trovare alcuna spiegazione medica
- Pensieri ricorrenti di suicidio e morte
La Scienza medica ha predisposto dei tests che aiutano a valutare e 'misurare' la presenza o meno di disturbi di depressione e/o ansia. Riportiamo un rinvio a questi Tests di autovalutazione avvertendo che la diagnosi più sicura nonchè la cura si ha effettuando una visita psichiatrica ( gratuita
presso i CPS del Serv. San. Naz., i Servizi Psichiatrici degli Ospedali, i nostri Centri IDEA di diagnosi e cura).
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Come stare accanto a un depresso
Cosa non dire, cosa dire
"Ma cerca di tirarti su, tutti hanno dei problemi. Devi farcela tu, con le tue forze".
"Esci, vedi gente e vedrai che starai meglio. Certo che se stai sempre lì a lamentatrti...". "Fai qualcosa di utile, lavora e vedrai che ti passa tutto".
"Ma guarda a chi sta peggio di te e ha dei problemi veri. Tu hai il lavoro, la salute, sei giovane...Cosa ti manca?".
"Se lì stai davvero male, è meglio che tu lasci questo lavoro (o questa relazione o questa città...)".
"Stai attento a non intossicarti, con i farmaci non si sa mai...".
"Cosa vuoi mai che ti faccia una pastiglia. Sì ti calmerà, si sa come sono i sedativi, ma non pensare che possa risolvere i tuoi problemi".
"Adesso stai bene, quindi smetti di prendere quelle pastiglie. Guarda che poi ti abitui e non puoi più farne a meno. Non vorrai drogarti...".
"La depressione è una malattia come le altre. Non puoi pensare di uscirne da solo, senza cure. E con le cure, guarda che nell'80-90 per cento dei casi si può migliorare o star bene come prima".
"Non è tutto così nero come ti sembra ora. Sono gli 'occhiali della depressione' a farti vedere tutto in negativo".
"Senti, finchè stai così male, non prendere decisioni. Non licenziarti (non separarti, non vendere la casa...). Può darsi che quando starai meglio tu veda le cose in un altro modo".
"Cerca di aver pazienza, continua con la cura. Sai che gli antidepressivi non fanno effetto subito. Ci vogliono 2-3 settimane, a volte 4. Poi starai meglio".
"E' vero, adesso stai meglio, però per sospendere la cura senti prima il medico. Queste terapie hanno tempi precisi. Non devi correre il rischio di una ricaduta. Ti ricordi come stavi male?".
Come comportarsi con un famigliare depresso?
Cosa fare per un amico, un'amica che "è sempre giù", oltre ogni comprensione?
L'istinto è di stimolarlo a reagire, a scuotersi, a uscire "con le sue forze" da quella cupa apatia o doloroso isolamento. Niente di più sbagliato. La prima cosa che parenti e amici devono comprendere è che la depressione è una malattia che annulla la volontà, una malattia della volontà.
Se si farà proprio questo concetto, si eviteranno anche frustrazioni e scoraggiamenti o, al contrario, di sentirsi irritati in quanto ogni sollecitazione, ogni intervento con una persona depressa sembra cadere nel vuoto: tutto resta -o pesantemente ritorna- come prima.
Sarebbe un grave errore colpevolizzare l'interessato per la mancanza di miglioramenti dicendo che "non vuol collaborare", "non vuol provare", "non vuol fare". Il vostro congiunto o amico soffre già di tali sensi di colpa che quanti gli stanno accanto devono piuttosto cercare di alleviarglieli: ditegli, perciò, che non si sforzi nè si preoccupi, che starà meglio e potrà fare tutto come gli altri (o come una volta) appena la terapia comincerà a fare effetto.
Del resto, a un malato di polmonite o a chi si è rotto una gamba direste mai: "sforzati di star bene", "devi farcela da solo", "muoviti e vedrai"?
Come per una polmonite o per una gamba rotta, così per la depressione -e per il suo polo opposto, la mania- la cosa più importante e urgente è aiutare chi ne soffre a trovare la corretta diagnosi e la corretta terapia. In una parola, il medico giusto.
Lo specialista del settore è lo psichiatra.
Molti nutrono ancora dei pregiudizi su questa figura ("il dottore dei matti") e si può incontrare un rifiuto così motivato: "Andare dallo psichiatra ? Ma non sono pazzo, io !". Sarà compito di chi vive accanto al paziente spiegargli che la psichiatria ha fatto enormi passi avanti e che molti e diversissimi dalla pazzia sono i disturbi di cui si occupa. Potrà servire citare il caso di conoscenti o personaggi famosi di cui si sa che sono stati in cura da uno psichiatra.
Anche in assenza di questo pregiudizio, in molti casi è comunque difficile convincere il malato a consultare un medico: fa parte del quadro della depressione ( e ancora più della mania).
Infatti chi ne soffre spesso non ritiene di essere malato oppure si oppone a qualunque terapia perchè convinto dell'inguaribilità del suo caso. O, ancora, respinge l'idea che il suo soffrire possa essere legato a fattori "fisici" e pertanto rifiuta ogni farmaco o altra terapia biologica.
Convincere ad andare dal medico è quindi il primo imperativo per chi sta accanto a un malato di depressione. Occorre molta fermezza su questo punto, anche se l'atteggiamento sarà, e deve essere, di caldo affetto.
Comprensione, disponibilità all'ascolto, partecipazione al suo profondo dolore sono l'altro aiuto fondamentale da offrire a chi ha dentro il gelo e la solitudine della depressione. Insieme con parole di incoraggiamento, di dichiarata certezza che si può uscire dal tunnel.
E' inutile, invece, stare a discutere sui singoli punti della visione pessimistica del depresso, sulle sue convinzioni di indegnità o incapacità. Non lo si convincerà mai del contrario qualunque argomentazione gli si proponga. Si risponda piuttosto: "E' la malattia che ti fa pensare così, una volta tolti gli "occhiali della depressione" vedrai le cose in altro modo".
Nella fase acuta può essere necessario provvedere o aiutare il depresso per i bisogni concreti, quali il vestiario, l'igiene personale, il mangiare regolarmente, le commissioni quotidiane.
Una volta arrivati alla visita medica con lo specialista, il compito dei famigliari o amici non termina. Occorre che si stabilisca un'alleanza terapeutica tra medico e famigliari. Intanto, parenti e amici non devono sottovalutare qualsiasi affermazione o progetto di suicidio del paziente, ma devono riferirne al medico.
Perchè non è affatto vero quel che comunemente si crede, e cioè che "chi lo dice non lo fa". Sarà il medico a valutare la gravità o meno del rischio.
Dopo l'incontro con lo specialista, occorre controllare che il paziente prenda le medicine regolarmente e nelle dosi prescritte. Tanto più che nei primi giorni, per i possibili effetti collaterali, potrà anche avere l'impressione di stare peggio di prima e, dunque, voler abbandonare la cura. In questo primo periodo e in attesa che si manifestino gli effetti terapeutici dei farmaci (occorrono in genere da 2 a 4 settimane) è perciò di fondamentale importanza offrire sostegno e incoraggiamento a continuare.
La collaborazione di famigliari o amici prosegue con l'eventuale ricerca di una diversa cura -o di un diverso specialista- se la terapia si rivelasse veramente inefficace. Occorre ricordare alla persona depressa che è possibile, "normale", dover cambiare medicina anche più volte fino a trovare quella adatta al suo caso.
Va ripetuto senza stancarsi che la risposta ai farmaci è molto individuale, ma che la terapia giusta, "quella che tira fuori dal pozzo buio", c'è, esiste e la si troverà. L'importante è non mollare.
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Cosa fare dopo
(il ruolo della famiglia)
Una volta che il paziente è uscito dalla fase depressiva o maniacale, la famiglia (o gli amici) continua ad avere un ruolo importante. Il disturbo infatti, è ciclico, sono dunque possibili le ricadute. E' importante che chi sta accanto al paziente sappia cogliere i primi sintomi di una nuova crisi.
Non è facile perchè i segni premonitori possono essere molto lievi. Dall'altro lato non bisogna incorrere nell'errore di una sorveglianza ansiosa e asfissiante che faccia sentire l'interessato un vigilato speciale. Né questa attenzione deve diventare un'assillo per tutta la famiglia.
Anche i familiari, per calmare il proprio allarme, devono ricordare a se stessi quel che ripetono ai loro cari predisposti a disturbi dell'umore: con le terapie appropriate dalla depressione (e dalla mania) si esce nell'80-90% dei casi.